Yannick Haenel, Le volpi pallide

Parigi, ventunesimo secolo.
Jean Deichel, un uomo taciturno di quarantatré anni che percepisce dallo Stato il sussidio di disoccupazione, viene sfrattato dalla casa in cui vive in affitto dopo mesi di mancati adempimenti del contratto di locazione.
Gli restano pochi vestiti, una pianta, una copia di Aspettando Godot di Samuel Beckett e una macchina prestatagli da un amico che vive in Africa. Decide di vivere in auto, lasciandola ferma in un parcheggio trovato quasi per fortuna, uno dei pochi ancora gratuiti nella capitale francese. Alla radio, il presidente neoeletto elogia il lavoro, autentico fondamento della società moderna, un valore che tutti i cittadini dovrebbero avere a cuore e che - allo stesso tempo - costituisce un lusso, perché a molti è precluso.
Quello che viene presentato come un dovere repubblicano è in realtà una delle cause più frequenti di morte nella società francese: da un lato c'è chi si lascia sopraffare dal troppo lavoro, dall'altro chi si uccide perché non ne trova uno. Sono due facce della stessa medaglia, quelle degli occupati e quelle degli inoccupati, che si trovano in un conflitto in cui i primi vedono i secondi come cattivi cittadini e parassiti della società e al contempo sono invidiati da questi ultimi.
Bastano poche settimane in auto perché Jean diventi un altro: solo gli intervalli in cui riesce a rifugiarsi lo salvano dallo sconforto totale e da una fine quasi certa.
«Ho spento la radio. Ero davvero sicuro che la mia vita non fosse un suicidio? Avevo fatto un’altra scelta, ero fuggito dall'universo soffocante del lavoro dipendente, ma questa fuga dove portava? Questo mondo in cui ognuno cerca di trarre profitto presenta una faglia, e i suicidi si introducono per morire proprio in questa faglia. Mi dicevo: tutti cerchiamo la faglia, e in un certo senso anch'io l’ho trovata, come chi si suicida per lavoro, anch'io, in un tardo pomeriggio, ho aperto la finestra e mi sono buttato. Ma, saltando, non sono caduto: sono scivolato dentro un vuoto – in quello strano intervallo di cui vi parlo.
Allora ho pensato che forse non ero realmente vivo e che la mia vita non era altro che un suicidio. Il giorno in cui ero entrato in macchina e avevo inserito la chiave senza mettere in moto, in un certo senso, mi ero sottratto alla vita.»
È la presa di coscienza, accompagnata dalla conoscenza di persone simili a lui, che conduce Jean alla decisione di entrare a far parte del gruppo delle volpi pallide. Gli slogan sui muri che annunciano un cambiamento sono comprensibili solo agli esclusi, solo alla sub-società degli invisibili, ai soli che - non avendo una quotidianità - possono notare lo sconvolgimento in atto.
Sullo sfondo si staglia un'indefinita terra di nessuno, con le immagini del XX arrondissement, tra il cimitero del Père-Lachaise e le colline di Charonne, Belleville e Ménilmontant, un teatro dove si susseguono ombre, apparizioni di persone senza volto e senza nome, senza futuro: è una Parigi inedita, che tra le vie più alla moda cela un passato disonorevole negando ogni responsabilità o colpa, come quella di un campo di internamento dove venivano stipati gli indesiderati.
Ed ecco che una semplice passeggiata diventa una danza macabra sulle vittime dimenticate di ieri che rivivono in quelle di oggi, come i resti di un senzatetto senza nome trovato in un tritarifiuti. Sia i ricchi sia gli sfruttati sono ugualmente complici di un sistema che ha finito per inghiottire l'individuo e la sua libertà, indifferenti a ciò che succede ai più deboli, anche se sono più vicini di quanto sembri.
Nella piccola realtà costruita da Jean tuonano le parole di speranza dei fantasmi di Jean-Jacques Rousseau e di Karl Marx, che fantasticano sulla possibilità di una società differente: Jean si sente ereditiero di un'estasi, che gli consente un salto nell'esistenza.
È in questo clima spettrale che si fa largo il culto della volpe pallida, dio anarchico dei Dogon del Mali, un animale che rifiuta la normale evoluzione per poter diventare quello che vuole. Essa è simbolo della rivolta, del rifiuto delle regole e dell'identità: è proprio il documento a costituire il più forte vincolo alla società e proprio per questo il deterrente principale alla ricerca di libertà al di fuori delle sue regole.
L'anti-società che si viene a creare intorno alla volpe pallida si configura come alternativa a una società di cui si è ormai constatata la morte.
Nasce una società degli esclusi, che indossano maschere perché ormai privati dei documenti, ormai liberati da ogni obbligo, che si esprimono in una maniera totalmente diversa da quella abituale: non tutti sanno ascoltarle, non tutti comprendono appieno quello che ci stanno dicendo.
Le volpi pallide di Yannick Haenel è il racconto di un grande sogno anarchico e del tentativo di realizzarlo, anche ricorrendo a mezzi poco miti: ma il fuoco appiccato dalle volpi pallide è simbolo di una brace che si consumava da tempo ma che ora è resa lampante dal canto di libertà che si leva nel cielo di Parigi.

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Yannick Haenel, Le volpi pallide, Edizioni Clichy, trad. it. di Barbara Puggelli, pagg. 200, € 15.00, 2015.
1 aprile 2017 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Pescatrice di asterischi, libri, natura e architettura.

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